Un museo per la grafica
La progettazione grafica come patrimonio culturale
Nel 2003 lo stilista giapponese Issey Miyake ha pubblicato sul quotidiano nazionale Asahi Shimbun un articolo intitolato È ora di creare un museo del design, invitando i lettori a riflettere sull’importanza del design e sulla necessità di istituire in Giappone un tale museo.

Dopo quattordici anni dalla pubblicazione dell’articolo il museo ancora non esiste, nonostante gli sforzi congiunti di Miyake e dello storico dell’arte Masanori Aoyagi con cui nel 2012 ha fondato la ‘Società per un museo del design in Giappone’ (designmuseum.jp).

Affrontando lo stesso tema nel suo Manifesto per un museo del design del XXI secolo (Domus 976, 2014), il designer Naoto Fukasawa ha enfatizzato l’assurdità di una tale mancanza considerato il fatto che «i giapponesi sono un popolo che nutre un profondo rispetto per la bellezza ed eccellono nella produzione di oggetti sofisticati», qualità che gli sono state riconosciute a livello internazionale.
ikko tanaka
Ikko Tanaka. Tra passato e futuro, oriente e occidente (2012), una
delle esposizioni organizzate dal 21_21 Design Sight di Tokyo per sopperire alla mancanza di un museo di design in Giappone.

Ph. © Masaya Yoshimura
Il diritto alla cultura

Se la mancanza di un museo del design in Giappone è in effetti strana, ancor più strana è la mancanza nel mondo intero di un museo dedicato alla progettazione grafica. Un’assenza che risulta ancor più grave qui in Italia, se pensiamo che la stessa Costituzione italiana — un modello esemplare in merito al «diritto alla cultura» (Salvatore Settis) — stabilisce che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico e storico della Nazione» (Costituzione italiana, art. 9). Ma forse è proprio in queste parole che è racchiusa la spiegazione di questa assenza.

Infatti, mentre la rilevanza culturale della progettazione grafica è universalmente riconosciuta, non lo è altrettanto la sua concezione quale patrimonio artistico e culturale. E così non solo non ci sono musei dedicati alla progettazione grafica, ma non è mai nemmeno stato proposto di considerare i prodotti della progettazione grafica come patrimonio di tale natura, un concetto che è invece essenziale per comprendere la necessità di un museo dedicato alla sua tutela e valorizzazione.

Ci sono in effetti musei di design che dedicano mostre alla progettazione grafica, ma generalmente lo fanno in modo molto marginale. A Milano c’è il Triennale Design Museum, che però nell’arco di dieci anni ha dedicato solo un’esposizione alla progettazione grafica (TDM5: Grafica Italiana, 2012).

In Italia ci sono anche l’Istituto centrale per la grafica di Roma, che però limita i propri interessi a stampe e disegni storico-artistici, e la Collezione Salce, una straordinaria raccolta di manifesti pubblicitari del tardo ’800 e di inizio ’900, che sono però rappresentativi di quella che fu la cartellonistica e dunque di una grafica pittorica, che era ancora espressione di un orientamento artistico e non del design.
museum für gestaltung zürich
La storica sede del Museum
für Gestaltung di Zurigo (in origine Kunstgewerbemuseum) progettata dagli architetti Adolf Steger e
Karl Egender, 1930-33.

Ph. © MySwitzerland
Un’arte utile

C’è però almeno un museo che, seppur non sia dedicato esclusivamente alla progettazione grafica, merita di essere menzionato come esempio meritevole. Si tratta del Museum für Gestaltung di Zurigo, che attribuisce alla progettazione grafica un’importanza non solo paritaria, ma perfino maggiore rispetto a quella data ad altri ambiti del design. Si tratta però di un museo speciale, il cui nome stesso è particolarmente evocativo della comunicazione visiva,* situato in un Paese, la Svizzera, che è uno storico promotore della progettazione grafica e tipografica (vedi l’articolo dedicato alla rivista Neue Grafik).

 *La parola Gestaltung — spesso tradotta come design o progettazione, ma più propriamente “configurazione”, intesa come strutturazione formale — è entrata nell’ambito del design a partire da quello della piscologia della percezione visiva e dunque in relazione all’immagine delle cose più che alle cose stesse.


È certamente vero che la progettazione grafica non viene concepita per essere considerata “arte”, perlomeno nell’accezione contemporanea del termine, ma la si potrebbe comunque considerare una forma di arte socialmente utile, ovvero utilizzabile. È altrettanto vero che, mancando di un’intenzionalità e di una pretesa artistica, i prodotti della progettazione grafica non vengono esposti nelle gallerie e venduti a prezzi esorbitanti, suscitando così stupore e ammirazione. Anzi, al contrario, ci accompagnano inosservati nella nostra quotidianità, diventando parte concreta e integrante della nostra vita.

Nonostante ciò, nonostante la mancanza di un’intenzionalità artistica, la progettazione grafica acquisisce un valore artistico nella propria concretizzazione. Infatti, una volta compiuto, il progetto diventa artefatto — letteralmente ciò che è fatto d’arte. È dunque incomprensibile la diffidenza ancora oggi ampiamente diffusa a considerare la progettazione grafica come meritevole di tutela e artisticamente rilevante tanto quanto quelle opere che sono frutto di una concezione dell’arte proveniente da un mondo in cui il design non esisteva. È trascorso oltre un secolo dall’avvento del design e dovrebbe essere ormai evidente l’assurdità di una tale diffidenza.
mies van der rohe museum
Museo per una piccola città. Prospettiva interna, 1941-43 (part.) in uno splendido collage grafico realizzato da Mies van der Rohe.

Ph. © ARS, New York + VG Bild-Kunst, Bonn
Dall’oggetto all’immagine

Oggi la progettazione grafica è più importante che mai. Gli strumenti informatici hanno contribuito in modo straordinario alla diffusione della comunicazione tra le persone e altresì determinato la necessità di migliorare la qualità della comunicazione stessa. I dispositivi digitali hanno inoltre dato alla tipografia una nuova funzionalità e un ruolo rinnovato, e il design non può che adattarsi a questi cambiamenti tecnologici, antropologici e sociali.

La parola stessa ‘design’ viene sempre più spesso associata alla grafica che all’arredamento, alla moda o altro, come illustrato da un articolo di approfondimento di Aldo Colonnetti (Il design negli occhi e nella lingua di chi lo guarda, LaLettura 284, 2017).

La conferma di un tale spostamento di interesse dal prodotto (l’oggetto) alla grafica (l’immagine) diventa evidente se pensiamo che potenzialmente tutti nel mondo conoscono la mela morsicata, marchio della Apple (inclusi coloro che non hanno mai acquistato uno dei suoi prodotti), ma relativamente poche persone conoscono quali prodotti ha commercializzato nel tempo o, più banalmente, quali ha in commercio attualmente.

Nei limiti delle mie possibilità sto cercando di contribuire alla promozione culturale della progettazione grafica attraverso la pubblicazione di Designculture dal 2013 e quella dell’Archivio Grafica Italiana dal 2015, che ancor più espressamente cerca di proporre la progettazione grafica come patrimonio artistico e culturale, tentando così di sopperire alla mancanza di un museo reale con un’alternativa virtuale.
swiss style museum fur gestaltung zurich
Vista d’installazione dalla mostra ‘Swiss Style’ del Museum für Gestaltung di Zurigo, 2015.

Ph. © Regula Bearth (ZHdK)
L’aspirazione alla modernità

Sono convinto che la progettazione grafica possa contribuire concretamente a fare del mondo un mondo moderno, un’idea che esprime la visione stessa di un futuro migliore. Quella alla modernità è un’aspirazione in gran parte smarrita e forse irraggiungibile, ma proprio per questo ancora e sempre necessaria.

Se non vogliamo perdere questo importante patrimonio e promuoverlo in modo costruttivo l’istituzione di un tale museo è fondamentale, perché per costruire un futuro migliore dobbiamo conoscere il nostro passato, e senza un passato siamo condannati a vivere nell’incertezza e nell’instabilità di un costante presente.

Come ha affermato il progettista grafico giapponese Ikko Tanaka, citato nell’articolo di Miyake, «i designer sono felici di esplorare continuamente nuove direzioni, ma se il loro sguardo è rivolto sempre in avanti non hanno alcun riferimento con cui potersi confrontare».
© Nicola-Matteo Munari

Pubblicato su Gute Process,
Giugno 2017